Volontariato in viaggio o volontourism? Come scegliere senza fare danni

Siamo onesti: quando decidi di partire per un viaggio di volontariato, la domanda vera non è “cosa posso fare per loro?”, ma “perché sento il bisogno di esserci proprio io?”.

Spesso, il confine tra un sincero desiderio di servizio e la trappola del volontourism è sottile. Il volontourism, nelle sue forme peggiori, è un prodotto commerciale: il viaggiatore è il protagonista che “salva” e la comunità locale diventa solo lo sfondo scenografico.

Voluntourism vs. ecoturismo: facciamo chiarezza

Non sono la stessa cosa.

Il volontourism è una pratica operativa: inserisci attività di servizio in una vacanza. Il rischio? Che il desiderio di “vivere un’esperienza” prevalga sui bisogni reali della comunità.

L’ecoturismo, invece, è una filosofia: metti la conservazione ambientale e il rispetto socio-culturale al centro del viaggio. Qui non si tratta solo di “fare”, ma di muoversi nel mondo in modo più sostenibile.

L’impatto reale: quando non serve metterci la faccia

Ho visto troppi progetti costruiti a tavolino per far sentire bene il turista di turno.

Mi ricordo una volta in Kenya. La guida del nostro safari mi raccontò di aver contribuito alla nascita di un villaggio per ragazze salvate dai matrimoni forzati, all’interno di una delle comunità più grandi del Paese. Conoscendo il mio modo di viaggiare, mi chiese se volessi fare una donazione e fare una breve deviazione dal nostro tour per conoscere dal vivo quelle persone.

Accettai.

Il giorno dopo, la guida si presentò con i soldi della donazione convertiti in beni materiali: indumenti personali e altri oggetti utili. Fin qui, nulla di strano. Il problema arrivò subito dopo, quando ci propose di mettere le ragazze in fila e farci distribuire a ciascuna di loro un indumento.

Ho percepito immediatamente un disagio profondo. Quella non era più una donazione: era una messinscena. Noi eravamo stati trasformati in “salvatori” per il tempo di uno scatto, mentre loro rischiavano di diventare comparse in una scena costruita per noi.

Ho chiesto quindi alla guida se fosse possibile consegnare tutto senza quello spettacolino. Non era necessario metterci in mezzo, non era necessario fotografare il momento, non era necessario trasformare un gesto semplice in una rappresentazione.

Quell’esperienza mi ha fatto capire una cosa importante: se quella scena ci era stata proposta, probabilmente qualcuno prima di noi l’aveva accettata. Forse qualcuno l’aveva persino richiesta, con il solo scopo di portarsi a casa una foto o un video da mostrare.

In quel momento ho realizzato che, a volte, non è necessario metterci la faccia.

Abbiamo preferito passare il tempo rimasto insieme in modo diverso: organizzando dei giochi, lasciando che fossero anche loro a insegnarci qualcosa. Loro ci hanno mostrato i loro giochi, noi abbiamo condiviso i nostri, come “un, due, tre, stella”. Senza ruoli, senza scena, senza salvatori.

Solo persone.

Quando le buone intenzioni creano dipendenza

Il vero problema del volontariato poco strutturato è che alimenta il bisogno.

Se il progetto esiste solo finché arrivano i volontari, non stai risolvendo nulla. L’impatto reale si misura in ciò che resta dopo che te ne sei andato.

Se la tua presenza richiede più sforzi logistici di quanti benefici porti, o se fai un lavoro che un professionista locale avrebbe potuto fare — e per cui avrebbe potuto essere pagato — la tua presenza sta diventando un onere.

3 domande per riconoscere un progetto che aiuta davvero

Prima di prenotare, guarda oltre le foto profilo dell’agenzia.

Chiedi:

Chi guida davvero il progetto?
Se non c’è una forte leadership locale, diffida. La comunità deve essere la prima ad aver richiesto quel tipo di supporto.

Cosa succede quando non ci sono?
Se la risposta è “il progetto si ferma”, quel progetto non è sostenibile.

Dove vanno i soldi?
Chiedi trasparenza economica. Una parte significativa del costo deve tornare direttamente alla comunità, non finire tutta in costi di marketing esteri.

Conclusione: l’onestà prima di tutto

Non c’è nulla di male nel voler crescere attraverso un viaggio. Tuttavia, la responsabilità di chi parte è capire che la comunità ospitante non è il mezzo per il tuo “cambiamento interiore”.

Il volontariato non è una medaglia per i social media, ma un impegno verso chi ci ospita.

Il prossimo viaggio che sceglierai metterà al centro il tuo bisogno di sentirti utile o una collaborazione reale con chi ti accoglie?

Saverio Russo